N.14 - luglio 2017

UN GEOLOGO NEL CHIANTI CLASSICO

Un paesaggio così armonioso che pare essere uscito dal ventre della Terra con queste fattezze, già adulto, come Atena dalla testa di Zeus.

Andrea Garuglieri spiega da geologo la nascita di queste colline, di queste valli e di queste erte, ma la genesi orografica di questo territorio non è che uno dei molti aspetti che lo caratterizzano.
E’ una zona che nei secoli è stata disegnata dalla storia che l’ha attraversata, dagli Etruschi al ‘900, dagli uomini, del mondo del vino e non, ordinari e straordinari, che l’hanno abitata. Partiamo oggi dalle origini, prima dell’Homo sapiens, prima della Vitis Vinifera.

Il territorio del Chianti Classico si può suddividere in tre zone geologiche, tre fasce orientate nord/ovest-sud/est da oriente a occidente.
Nella parte orientale ci sono i monti del Chianti, che si ergono dalla zona di S. Polo in Chianti e Cintoia fino a Gaiole in Chianti e che hanno nel Monte San Michele la cima più elevata con i suoi 892 m slm.
Sono stati originati dal sollevamento dei sedimenti marini della Serie Toscana, collegato alle spinte generate dalla compressione tra le placche africana ed europea, in un movimento che ha poi formato tutto l’Appennino Centrale.
La Serie Toscana risulta un insieme di una successione (o “serie”) di sedimenti di origine marina che si sono deposti in un braccio di mare via via più profondo, in conseguenza di una fase di apertura e subsidenza di un settore continentale legato ai continui movimenti delle placche africana ed europea, a partire da circa 200 milioni di anni fa, con un meccanismo molto simile a quello che oggi si può vedere nel rift africano e nel mar Rosso.

La formazione geologica che forma “l’ossatura” dei Monti del Chianti, nella parte orientale del territorio del Chianti Classico, risulta il “Macigno del Chianti”, una formazione geologica di origine marina comunemente chiamata anche col nome commerciale di “pietra serena”.
Il macigno è una tipica arenaria da processi di “torbida”, un meccanismo con cui, attraverso terremoti o periodi climatici in cui i grandi fiumi possono giungere fino al bordo delle piattaforme continentali, i sedimenti di mare poco profondo, frutto dell’erosione continentale, possono “franare” verso le piane abissali, dando luogo alle tipiche sequenze tra strati medio-grossolani, medio-fini e fini che vediamo praticamente ogni giorno anche semplicemente lungo le scarpate delle nostre strade, con i sedimenti fini (argille e limi), che rappresentano il frutto della normale sedimentazione di mare aperto, fino a quando non giunge un altro episodio di “torbida” che “trasporta” sabbie in prevalenza.
In definitiva la torbide sono meccanismi di risedimentazione di sedimenti di mare poco profondo (piattaforma continentale) verso le piane abissali.
Dopo un lungo processo di “litificazione” legato al sollevamento dei fondali marini ad opera delle forze di compressione che caratterizzano le zone di confine tra placche tettoniche, i sedimenti si trasformano in roccia: le sabbie diventano “arenarie”, i limi passano a “siltiti” e le argille in “argilliti”.

Le arenarie del macigno si sono formate con questo meccanismo circa 30 milioni di anni fa su fondali marini di 2000-3000 m di profondità, dove iniziarono ad accumularsi sedimenti fluviali di origine continentale, frutto dell’erosione di alcuni settori dell’arco alpino già emerso e accumulati sulla stretta piattaforma continentale collocata, grossomodo, dove oggi si trova la pianura Padana.
Così si è originata la famosa “pietra serena”, roccia grigia con striatura azzurrine che ha caratterizzato il materiale di costruzione della Toscana centrale per secoli. Una pietra “tenera”, facilmente lavorabile ma anche facilmente erodibile se tenuta all’esterno, come ben si può vedere sui muri, gli scalini e le finestre delle nostre case coloniche o ville padronali.

I monti del Chianti risultano quindi una grande piega anticlinale leggermente rovesciata verso est, cioè una fascia di strati che si piega su se stessa verso l’alto, frutto della fase compressiva iniziata circa nel Miocene inferiore, 20 milioni di anni fa. In questo lento movimento gli strati geologici tendono a comprimersi e, talvolta, lungo superfici di rottura dette “faglie”, possono essere “spinti” verso l’alto dei terreni geologicamente più antichi, come avviene per i terreni della Scaglia Toscana (circa 100 ml di anni) che afforano estesamente da Cintoia a Gaiole lungo l’asse centrale del Chianti orientale.
In alcuni settori nei pressi di Cintoia e Lucolena questo fenomeno ha portato in superficie rocce calcaree e selcifere del Giurassico, di circa 150 milioni di anni.

In Val di Cintoia, poco ad est di Greve in Chianti, esiste una piccola zona lungo l’antica strada talvolta ancora lastricata e che scende verso il Torrente Sezzatana, dove è possibile “toccare con mano” il fondo del primo strato di arenaria torbiditica del macigno in giacitura rovesciata, proprio al contatto con la Scaglia Toscana: pochi lo sanno, ma proprio in quel punto, circa 30 milioni di anni fa, si può dire che è iniziata la nostra storia, cioè la genesi di quella roccia, il macigno, che costituirà “la spina dorsale” del Chianti, il nostro territorio.

Un altro processo naturale cha ha portato all’affioramento di rocce più antiche lungo l’asse centrale della grande piega dei Monti del Chianti è legato alla semplice erosione delle alture; con il tempo, la sommità, dove si viene a trovare il terreno depositatosi per ultimo, quindi più recente, viene erosa, facendo affiorare i terreni più antichi.
Lo strato più recente (30 ml di anni fa) è rappresentato da arenarie, mentre lo strato più antico è la Scaglia Toscana con le marne del Sugame (100 milioni di anni).

Nella parte occidentale del territorio chiantigiano affiorano terreni calcareo-marnosi, calcareo-arenacei e marnoso-argillitici, riferibili ad una serie di sedimenti marini con età che vanno dal Cretacico all’Eocene (circa 130-40 ml di anni) e che i geologi comunemente chiamano “coltri alloctone”.
Queste rocce hanno iniziato a depositarsi in ambiente di mare aperto a partire dal Cretacico direttamente su crosta oceanica di origine magmatica e vulcanica sottomarina; ancora oggi una parte di questi antichi fondali marini si trova nel settore nord-occidentale del territorio, a Strada in Chianti, e, più diffusamente nella zona di Impruneta.
Questo mare cretacico doveva trovarsi più ad ovest del bacino di sedimentazione della Serie Toscana, lontano da importanti apporti dal continente; inizialmente si è così venuta a creare una lunga serie di sedimenti per lo più limosi e argillosi che ha dato origine alla Formazione di Sillano, con vasti affioramenti di marne, siltiti e argilliti nelle zone tra Mercatale Val di Pesa e Panzano in Chianti, compresa, appunto, la Pieve di S. Pietro a Sillano, e l’area occidentale di Castellina in Chianti.

Intorno ai 100 milioni di anni fa sui fondali marini prevalentemente limosi ed argillosi iniziarono ad arrivare dei sedimenti sabbiosi di “torbida”, presumibilmente originati dall’erosione del massiccio corso-sardo: è la nascita di un’altra tipica e importante roccia del territorio, la “pietraforte”.

Inizialmente la “pietraforte” era una sabbia molto simile al “macigno”, insomma destinata a diventare “pietra” arenaria ma non “forte”, cioè “resistente” all’erosione.
Un altro processo ha poi segnato il suo destino di pietra da costruzione pressoché “perfetta”: l’arrivo, all’inizio dell’Eocene, circa 50 milioni di anni fa, di sedimenti torbiditici a prevalente composizione calcarea che, successivamente, daranno vita all’”alberese”, l’altra tipica roccia chiantigiana.
Durante la fase di “chiusura” del processo di sedimentazione, con la placca africana che iniziò a comprimere i sedimenti che si erano depositati sugli antichi fondali marini contro il continente europeo, le acque ricche di calcare dell’alberese si infiltrarono nei sottostanti sedimenti sabbiosi, dando origine alla “pietraforte”, una sabbia con grani “cementati” da calcite, insomma, una specie di calcestruzzo naturale.
Il processo di compressione tra le placche africana ed europea ha così formato il territorio chiantigiano come oggi lo vediamo, unendo e sovrapponendo i sedimenti della “Serie Toscana” e delle “coltri alloctone” (Sillano-pietraforte-alberese), formati su fondali marini distanti centinaia di chilometri.

Un terzo tipo di terreni caratterizza il margine occidentale e meridionale del territorio del Chianti Classico che degrada verso la Val d’Elsa e parte della Val di Pesa (S. Casciano) e di Castelnuovo Berardenga, dove sono presenti ciottolami, sabbie limose, limi e argille sia di origine marina, poco profonda, che fluviale.
Si tratta, per lo più, dei resti dei depositi costieri del mare pliocenico che, circa 2-3 milioni di anni fa, lambiva la parte occidentale dei Monti del Chianti, prima di iniziare il suo lento “ritiro” fino all’attuale linea di costa.

Cos’è un limo o una marna?

Il limo è un sedimento e si definisce tale in base alla grandezza delle particelle; in particolare corrisponde alla misura granulometrica intermedia tra le sabbie (2-0,06 mm) e le argille (meno di 0,004 mm).
Più in generale al variare della percentuale di calcare e argilla in una roccia o in un sedimento si parla di: calcare, calcare marnoso, marna calcarea, marna, argilla marnosa, argilla.

Cosa è il “galestro” ?

Il “galestro” è un termine tipicamente toscano che indica un ben determinato tipo di terreno, che non fa riferimento a una formazione geologica particolare; si tratta di varie tipologie di sedimenti cosiddetti “fini”, che variano dalla marna argillosa, alla siltite ed argillite e che danno origine al tipico terreno a “scagliette” o “scistoso”. Il “galestro” è comune in Chianti Classico, presente come sedimento fine praticamente in tutte le formazioni geologiche che si trovano sul territorio, dal macigno all’alberese, dalla scaglia toscana alla pietraforte ed al Sillano.
Al variare delle dimensioni delle scagliette presenti si può avere il così detto “galestrino”, derivato dal disfacimento di un’ argillite più fine, mentre la marna è facilmente riconoscibile per le scaglie più grosse con tipica frattura “a saponetta”.
Il galestro, tanto diffuso sul territorio del Chianti Classico, presenta due fondamentali caratteristiche che lo rendono “perfetto” per la prosperità della vite e del suo frutto: da un lato risulta sufficientemente drenante da non provocare eccessivi ristagni idrici a livello delle radici delle piante, dall’altro, le sue “origini” dalle argilliti e marne, consentono il trattenimento di un livello di umidità sufficiente durante l’estate, limitando lo “stress” idrico stagionale.Altri tipi di argille e argilliti che si trovano in Toscana non presentano tali favorevoli caratteristiche allo sviluppo della vite.

Cosa sono l’alberese e le altre rocce ?

L’alberese è una formazione geologica eocenica (50-35 milioni di anni) di natura sedimentaria a prevalente composizione calcarea di natura torbiditica (frane sottomarine da settori della piattaforma continentale), che i geologi chiamano anche “Formazione di Monte Morello”; i calcari marnosi si alternano con argilliti e marnoscisti, di deposizione per lo più “naturale” nell’intervallo di tempo (anche di milioni di anni), tra una torbida e l’altra.
Sebbene la direzione degli apporti calcarei non sia ancora del tutto chiara è probabile che la loro origine sia da piattaforme carbonatiche dell’Italia centrale.
In definitiva le principali rocce che caratterizzano i Monti del Chianti, alberese, pietraforte e macigno, hanno tutte un’origine comune, sono, cioè, il frutto dell’alternanza tra frane sottomarine di materiali sedimentari accumulatisi lungo piattaforme continentali, con la “naturale” deposizione di limi a argille sui fondali marini.
Quello che le differenzia è la composizione dei grani e la storia evolutiva del bacino nel quale si sono deposte.

Queste sono le formazioni geologiche principali, ma esistono anche molte sottoclassificazioni, con nomi che sempre ricordano e rimandano a località del nostro territorio.
Una tipica è la formazione di Villa a Radda, una formazione “cuscinetto” tra pietraforte ed alberese, ricca di ferro e manganese; si origina da sedimenti di mare profondo nel Cretaceo.
Altra formazione sono le Calcareniti di Brolio e quelle di Dudda, “isole” di terreni calcarei al tetto della Scaglia Toscana, subito sotto le arenarie del Macigno.
Sempre nella Scaglia Toscana sono diffusamente presenti le “argilliti di Cintoia”; mentre alcune “bancate” di Pietraforte con granulometria di sabbia grossolana e ghiaietto hanno dato origine ad una pietra durissima, la “cicerchina”, dall’aspetto e ruvidità simile, appunto, alle cicerchie, la pietra locale più apprezzata e ricercata per una delle attività umane più importanti: la fabbricazione delle macine dei mulini, nei quali si è prodotta la farina che ha sfamato la nostra gente per secoli.