N.10 - marzo 2016

Ricordando Giacomo Tachis

Parlare di Giacomo Tachis a così breve tempo dalla sua scomparsa è molto impegnativo dal punto di vista dei ricordi e delle emozioni.

È stato semplicemente il più grande fra gli enologi italiani e una delle figure di maggior rilievo a livello internazionale.
C’è, infatti, un prima e un dopo Tachis nel lavoro dell’enologo in Italia. Il prima è costituito da una prevalenza di difettistica, nel tentativo di rendere bevibili e piacevoli vini prodotti da uve di qualità non eccelsa, frutto di viticolture che privilegiavano la quantità alla qualità e con l’aiuto di tecnologie elementari e talvolta insufficienti.
Va solo ricordato che nel trentennio che va dal 1930 al 1960 la diffusione di vitigni molto produttivi e di sistemi di viticoltura tesi al raggiungimento di quantitativi imponenti per ceppo è stata generalizzata in Italia. Il tutto condito con un’enologia più chimica che fisica. Poi sono arrivate le DOC nel 1963 e nello stesso anno un giovane enologo, appena trentenne, piemontese ma di origini sarde entrava nello staff della Marchesi Antinori.
All’epoca a capo dell’azienda c’era Niccolò Antinori, ma suo figlio Piero, venticinquenne, già iniziava a interessarsi della produzione. L’incontro di quei due ragazzi, Giacomo Tachis, era lui l’enologo piemontese, e Piero Antinori fu la scintilla che scoccò ed innescò l’inizio di quello che poi fu chiamato il Rinascimento Vinicolo Toscano. Di lì a qualche anno nacque il progetto Tignanello.

Tachis era stato mandato a perfezionarsi a Bordeaux, alla corte di Emile Peynaud e aveva imparato molto sulla nuova prospettiva enologica che lì era nata ormai da tempo. Le macerazioni, l’importanza della malolattica, l’uso dei legni piccoli e di nuovi vitigni, come il cabernet sauvignon, divennero elementi noti e familiari a Giacomo Tachis. Le basi per poter produrre in Toscana un grande rosso moderno, ispirato all’enologia neobordolese c’erano tutte.

E il Tignanello, primo vino italiano frutto di un preciso progetto vitivinicolo, enologico e di marketing, nacque anche a causa di tutto questo. Dapprima come Chianti Classico Riserva del Podere Tignanello, con la vendemmia del ’70.
Poi come Tignanello Vino da Tavola nel 1971, ma da solo sangiovese. Infine l’esordio del cabernet sauvignon con la versione del ’75.

Contemporaneamente Mario Incisa della Rocchetta, cugino di Niccolò Antinori, aveva da qualche tempo iniziato a produrre vino nella sua tenuta di Bolgheri, nel podere Sassicaia.
Niccolò gli propose di distribuirlo con la forza vendita degli Antinori, però volle Tachis come enologo della cantina: così fu, e con le stesse premesse uscì il Sassicaia.
Dapprima, con la versione del 1968, recuperata, a detta dello stesso Tachis, “blendando” ’66, ’67, e, appunto, ’68, per ottenere almeno seimila bottiglie. Poi, con quella del ’70, seconda annata di quel vino, utilizzando solo le uve cabernet sauvignon del vigneto più vecchio.
Basterebbero solo questi due vini per fare di Tachis il padre dell’enologia italiana moderna.

Invece, successivamente, e in parte dopo il 1993, quando andò in pensione lasciando la Antinori, di vini famosi ne realizzò tanti altri.
Solaia, Cervaro della Sala (in stretta collaborazione con Renzo Cotarella), San Leonardo, Sammarco, Vigna di Alceo, Chianti Classico di Castell’in Villa, Saffredi, Guidalberto, Brunello di Montalcino di Argiano, Camartina e Batar a Querciabella.

Poi Turriga e Terre Brune in Sardegna, Rosso del Conte da Tasca d’Almerita, Milleunanotte e Ben Ryé a Donnafugata e Litra all’Abbazia di Sant’Anastasia, in Sicilia, Il Pollenza e Il Pelago nelle Marche. Un’impressionante serie di etichette di grande valore, come forse nessun altro in Italia può vantare di aver contribuito a realizzare.
Negli ultimi anni ha sempre preferito occuparsi di aziende del sud, soprattutto delle isole. Dice spesso “Se troppo sole fa male all’uva, figuriamoci la pioggia…”. È solo una delle sue battute folgoranti, quelle per le quali andava famoso. Negli ultimi anni è apparso meno e spesso si faceva portare in carrozzella per difficoltà di deambulazione. Di certo di lui si può dire che è stato una fondamentale coscienza critica e un grandissimo enologo, che ha nobilitato la professione in modo decisivo.

Un patrimonio e un monumento per tutti coloro che hanno poi percorso il suo stesso cammino.