N.16 - luglio 2018

LE RAGIONI DEL CHIANTI CLASSICO

Il fascino di una regione vitivinicola unica al mondo raccontato dal DoctorWine

Daniele-Cernilli_6

È dal 1989 che ogni anno vado a fare assaggi nella sede del Consorzio del Chianti Classico. Facendo due calcoli con il 2018 fanno trenta volte. Questo significa che forse sono tra i pochissimi, forse l’unico in Italia, che ha assaggiato tutti i vini dei migliori produttori negli ultimi tre decenni, dall’annata 1987 alla 2016. Ho frequentato tre sedi del Consorzio, conosciuto quattro o cinque direttori, almeno una decina di presidenti, e tutti coloro che mi hanno aiutato nel lavoro, Lucia Franciosi, Ursula Thurner agli inizi, poi Silvia Fiorentini, Ilaria, Gerardo, Caterina, Alessandro e tanti altri che magari dimentico e che ringrazio. Ho assaggiato con gli enologi “consortili”, in ordine temporale Carlo Ferrini, Stefano Porcinai e Daniele Rosellini. Ho visto passare mode e stili, ho assistito a polemiche infinite, fin dagli inizi. Ricordo che una delle prime volte invitai, con grande sorpresa di tutti, alcuni personaggi che si erano nel tempo allontanati dal Consorzio, per rassicurarli e per far loro vedere come si lavorava quando facevamo gli assaggi per l’allora guida del Gambero Rosso. Erano Sergio Manetti, Ambrogio Folonari e Giacomo Tachis. Quando entrarono nella sede, allora era a Firenze, in via dei Serragli, ricordo perfettamente la sorpresa di Mino Cavalli, il direttore dell’epoca, che non avevo avvertito e che si vide davanti delle persone che non vedeva da anni, dopo l’uscita dal Consorzio delle aziende che allora rappresentavano, e che erano Montevertine, Ruffino e Antinori. Lì per lì ci fu un attimo di tensione, poi ricordo che con Tachis arrivarono addirittura ad abbracciarsi. Ma di episodi del genere potrei raccontarne tanti, perché trent’anni di assaggi non sono pochi.
Tutto questo per dire che alla fine un’idea me la sono fatta su vini, territori e produttori. E penso che fondamentalmente il Chianti Classico sia uno dei vini più sottovalutati in senso assoluto. Credo che alcune fra le migliori espressioni di Sangiovese arrivino dalle vigne del Chianti Classico, che ci siano delle sfaccettature e delle differenze infinite fra una zona e l’altra, e che la sua ricchezza espressiva non è seconda a nessun’altra, almeno in Italia. Penso però che sia sempre stato difficile conciliare posizioni diverse, spesso legate alla differente natura delle varie aziende, divise fra viticoltori, “industriali” e cooperazione, e solo in poche occasioni la lungimiranza di alcuni fra i protagonisti abbia consentito, come si suol dire, di fare una “quadra” sulla situazione. Da semplice testimone e cronista del vino italiano non è mio compito fornire ricette o entrare nel merito, però un appello al buon senso non ci sta mai male. Anche perché se non si forma, come auspicherei, un vero “zoccolo duro” in difesa di denominazione e di immagine del territorio e dei suoi vini, non si può poi pretendere che il pubblico ci creda più di tanto. E la difesa della denominazione passa attraverso il sostegno ai prezzi di vendita, che non possono essere troppo bassi, e continua con la cura per i territori, con l’adozione di tecniche viticole sostenibili, e con la convinzione che “fare squadra” sia la scelta vincente. C’è una collaborazione con i produttori di Champagne in questo periodo, se solo si analizzasse cosa è successo lì, qual è stato il ruolo di un ente come il CIVC, con quale attenzione tutti difendono l’immagine, la qualità e i prezzi minimi di vendita, si possono facilmente capire molte cose. E tutto questo avviene con la collaborazione di tutti, di giganti industriali come la Moet & Chandon, di grandi cooperative e di migliaia di vignerons, tutti a remare, pur con ruoli e interessi diversi, nella stessa direzione. Non c’è nulla da inventare, non ci sono strane alchimie, solo buon senso e lungimiranza. Ma non aggiungo altro. Sta di fatto che anche quest’anno, come tante altre volte, ho trovato vini eccezionali che sembravano provenire da emisferi diversi. Eleganti e nervosi Chianti Classico di Radda, di Lamole o di Panzano e possenti Chianti Classico di Castelnuovo Berardenga, o morbidi Chianti Classico di San Casciano. In un’ incredibile, territoriale e coerente differenziazione, che è il fascino vero una regione vitivinicola di eccezionale ricchezza espressiva. Forse andrebbe raccontato di più tutto questo, forse si dovrebbe capire che il Chianti Classico non è semplicemente riducibile a un buon Sangiovese, ma che si esprime in modi molto diversi. Intervistando anni fa Madame Lalou Bize Leroy, che all’epoca era l’anima del Domaine de la Romanée Conti, la definii come una delle più grandi interpreti di Pinot Noir. Lei mi rispose “guardi che c’è un equivoco. Il Pinot Noir lo fanno gli americani, in Oregon. I miei vini si chiamano Romanée Conti, La Tache, Richebourg, non Pinot Noir”. Ecco, in Chianti Classico non si fa Sangiovese, si fanno tanti eccezionali vini usando uva Sangiovese, ma è solo uno degli elementi. Il resto si chiama genius loci. Forse.

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