N.14 - luglio 2017

L’ANNATA OLIVICOLA 2017: DI CHI È LA COLPA?

Siamo in luglio e già si sente parlare di previsioni produttive o addirittura di come sarà la qualità del prossimo olio.
È senz’altro presto per affermare con certezza cosa avremo nelle bottiglie e soprattutto quante saranno le perdite per il gran caldo e la siccità.
L’unica affermazione che possiamo fare con la tranquillità di non sbagliare o esagerare è che, a oggi, è piovuto poco e sono mancate quelle riserve idriche che generalmente si creano nell’autunno e nell’inverno.

Secondo i dati acquisisti dalle Unità di ricerca per la climatologia, le piogge invernali sono diminuite in tutto il nostro paese di oltre il 47% e soprattutto sono mancate quelle dei primi mesi dell’anno che hanno consentito di far salire sul podio questa primavera, al terzo posto tra le più secche del periodo 1971-2000 e al secondo per le temperature più calde, di quasi 2 gradi.

L’olivo è comunque una pianta dotata di un’alta capacità a sopportare prolungate condizioni di mancanza idrica e tollera i deficit idrici grazie a una serie di adattamenti, quali la presenza sulla superficie superiore della foglia di una spessa cuticola cerosa, che ostacola l’evaporazione dell’acqua e di peli fogliari sulla pagina inferiore, che mantengono un’atmosfera umida intorno agli stomi, evitando un’eccessiva perdita d’acqua per traspirazione.
Le foglie in condizioni di stress possono perdere una quantità relativamente elevata d’acqua senza compromettere la propria funzionalità, riuscendo a estrarla da terreni anche quando è a contenuto bassissimo e ad utilizzare anche l’umidità dall’atmosfera.

In generale per l’olivo, la temperatura ottimale per lo svolgimento regolare dell’attività fotosintetica è intorno ai 25 °C, il limite inferiore è circa a 4 °C e quello superiore è vicino ai 40 °C. Con temperature inferiori a 0 °C si verifica un arresto dell’attività fotosintetica.
Ma la temperatura critica dipende anche dalla varietà, e ad esempio per Leccino e Frantoio a 50 gradi si verificano danni permanenti sul 50% delle foglie, nel Pendolino e Moraiolo a 48 gradi e per il Maurino a 49 gradi.
Per semplificare possiamo affermare che a partire da temperature di 35 gradi, l’olivo mette in atto misure fisiologiche di risposta capaci di conferire maggiore resistenza a questo stress (ad esempio la sintesi di heat shock proteins).

Quindi lo stress idrico non è un problema per l’olivo che resiste a condizioni ben peggiori di quelle che abbiamo avuto in Toscana in questi mesi primaverili-estivi; l’unico momento critico sia ha in fioritura perché la mignola prima e i fiori dopo, non hanno quei meccanismi di difesa che invece sono presenti in tutte le altre parti della pianta.
La mancanza di acqua e le altre temperature possono quindi compromettere parte del raccolto se, durante quel breve periodo in cui le gemme a fiore completano lo sviluppo della mignola, i fiori si aprono e si realizza il delicato momento dell’impollinazione.
In questo caso si possono avere danni agli olivi. Danni tanto più evidenti quanto meno curati sono gli olivi.

Ed è qui dove volevo arrivare! Girando per il nostro territorio, il Chianti dove si produce vino Chianti Classico, si trovano situazioni decisamente contrastanti con interi oliveti che non daranno frutti o troppo pochi per mandarci le squadre a raccogliere, nei quali i fiori non sono stati fecondati, altri in cui le olivine avevano iniziato a crescere e poi improvvisamente sono seccate e cadute, ed altri invece che si presentano carichi di frutti che stanno crescendo ed hanno già raggiunto e superato la dimensione di una arachide.
Strano dal momento che il clima è stato “uguale per tutti”! Ed ecco allora perché per questo breve articolo abbiamo scelto un titolo un po’ provocatorio!

Quando comprendiamo le esigenze dell’olivo e lo consideriamo albero da frutto e non pianta del paesaggio come il cipresso, possiamo intervenire con la tecnica agronomica e provare a contrastare gli eventi climatici avversi che oramai da oltre 4 anni ci hanno fatto comprendere che sono un appuntamento fisso.
Dobbiamo acquisire la consapevolezza che a ogni nostra azione corrisponde sempre una reazione ma anche che a ogni nostra non-azione, corrisponde sempre una reazione mai gradita.
Abbiamo smesso di concimare gli olivi e abbiamo perso quella produttività molto abbondante degli anni ’60 o 70’ che si raggiungeva anche con 250 piante per ettaro.
Abbiamo smesso di lavorare profondamente i terreni per lasciarli inerbiti e con rari interventi molto superficiali, pensando di tutelare meglio il territorio dall’erosione.
Abbiamo smesso di potare l’olivo come ci avevano insegnato coloro che avevano reso grande l’olivicoltura toscana e non solo, ed effettuiamo saltuariamente potature di riforma non sempre corrette perché mantengono alto il rapporto legno/foglie.

Come possiamo pretendere che se siamo in carenza di acqua e fa caldo, i fiori dell’olivo riescano a svolgere il loro ciclo e a darci i loro frutti?
Se ci pensiamo bene, chi glielo fa fare di compiere uno sforzo così grande quando poi alla fine la pianta non ne ha neanche bisogno dato che la sua immortalità è garantita dalla presenza di gemme (ovuli) alla base del tronco?

Per dare una risposta costruttiva al quesito naturale che tutti noi ci stiamo facendo sul perché siamo al quarto anno (dopo quello della Grande Mosca del 2014!) che non ci dà tregua e su cosa possiamo fare per aiutarci a recuperare una coltura così importante per le nostre zone, credo sia utile passeggiare per i nostri oliveti.
La risposta la troveremo senz’altro là! Ci sono piante cariche di frutti vicino ad altre stentate, ingiallite e senza speranza di raccolto.
Allora proviamo a ricominciare a lavorare i terreni quando sono in tempera, ad approfondirci fino a 50 centimetri e a concimare dopo la raccolta, a lasciare che il freddo invernale (quel poco che ci sarà donato) favorisca la struttura e controlli la presenza degli insetti svernanti (mosca compresa), a tagliare le erbe spontanee prima che diventino secche, a potare in modo da abbassare le piante ed aumentare la quantità di foglie.
Chi applica quelle sane tecniche agronomiche contiene senz’altro i rischi!

Già dal “De Rustica” di Columella erano raccomandate:
“… ma almeno due volte all’anno arare e scavare profondamente con la vanga intorno agli alberi e dopo il solstizio, quando la terra si spacca per il calore, occorre evitare che il sole penetri fino alle radici degli alberi attraverso le crepe.
Dopo l’equinozio di autunno gli alberi devono ricevere una scalzatura, in modo da formare dei rivoletti che, se l’albero è in pendenza, portino l’acqua fino al tronco.”
Sempre Columella aveva coniato un proverbio: “chi ara un olivo chiede il frutto, chi lo concima, lo prega di darlo, chi lo pota, lo costringe a darlo”.
Molto più tardi, nel 1513, un altro autore, Gabriel Alonso del Herrera nel suo Tratado del Agricoltura, scrisse:
“…..eliminare l’erba, che se cresce molta, ruba il nutrimento alle altre piante, le priva di umori, le soffoca, e addirittura le uccide del tutto”.
Non ci inventiamo niente di nuovo!