N.14 - luglio 2017

IL CHIANTI CLASSICO A CHILOMETRO ZERO

Conosco Luigi Cappellini da quando era poco più di un ragazzo, e muoveva i primi passi nella sua splendida e storica cantina del Castello di Verrazzano, a due passi dal borgo antico di Greve in Chianti.
Ha sempre avuto passione e una sorta di soggezione per il passato di un’azienda che porta un nome così prestigioso e ha sempre fatto di tutto per essere all’altezza di una tradizione del genere.
Stavolta, però, mi ha davvero sorpreso. Ha pensato, con molte ragioni, che in fin dei conti per essere davvero rispettoso della territorialità del Chianti Classico non bastava fare vino in modo adeguato e coltivare i vigneti con il vincolo dell’agricoltura biologica. Era necessario andare oltre, recuperando addirittura il legname locale per produrre le botti, in questo caso vere e proprie barriques o “carati” come usano chiamarli da queste parti.

Il rovere di Slavonia o del Massiccio Centrale non c’entrano un granché con l’autentica tradizione chiantigiana, mentre tutto intorno ai vigneti, nelle parti più alte delle colline, abbondano i boschi di castagni e, peraltro, fino a poco più di mezzo secolo fa le botti che venivano utilizzate erano costruite proprio con il legno di quegli alberi. Ce ne sono ancora di vecchie botti di castagno qua e là, soprattutto nelle cantine più “contadine”, ma ormai roveri estranei, che spesso “marcano” in modo evidente i vini chiantigiani, dando loro delle “nuances” speziate talvolta eccessive, e coprendo gli aromi più tipici di viola e di marasca, dominano la scena.

Allora che fare? Bene, con la collaborazione della Fondazione per il Clima e la Sostenibilità e con il contributo della Cassa di Risparmio di Firenze, ha realizzato un progetto ambizioso, quello di recuperare la manifattura di botti prodotte con il legno dei castagni dei boschi chiantigiani, selezionando le varietà più adatte e dando una spinta decisiva per la rinascita di un’attività che era ormai quasi completamente perduta.
Le prime botticelle prodotte con legname proveniente dai boschi di Monte Luco e di Badia a Coltibuono sono state realizzate dalla fabbrica Gamba di Castell’Alfiero, in Piemonte, e sono state utilizzate per la maturazione del Chianti Classico Gran Selezione Valdonica, ottenuto da un vigneto di proprietà del Castello di Verrazzano, e che è stato presentato il 16 maggio scorso all’Accademia dei Georgofili di Firenze, lasciando i presenti a bocca aperta.

Come per incanto quei profumi che non si sentivano più riemergevano fragranti e nitidi nel bicchiere, con una precisione e un’evidenza che andava al di là di ogni possibile dubbio.
Certo, per ora parliamo di una produzione di seimila bottiglie, una goccia nel mare magnum del Chianti Classico, ma è una testimonianza, oltre che una sperimentazione e in parte una provocazione. Rivendica origini e tradizioni, e se un giorno altri produttori la seguiranno, Luigi Cappellini potrà andar fiero del fatto che il primo a provarci è stato proprio lui.