N.16 - luglio 2018

Il sogno Canadese del Chianti Classico abbraccia il più nobile dei Sangiovese italiani

The author Godello in Radda in Chianti

Con l’approssimarsi della fine del 2018 viene spontaneo riflettere chiedendosi dove siamo stati, cosa abbiamo fatto e dove stiamo andando. Questa “annata” è stata estremamente significativa e gratificante per me e per il mio rapporto con il Chianti Classico. Un cambiamento storico ha contraddistinto il 2018 di questo grande territorio della Toscana. Quest’anno i destini di questa zona sono passati dalle mani del past-President e amico di lunga data, Sergio Zingarelli di Rocca delle Macie a quelle del nuovo Presidente, Giovanni Manetti di Fontodi. Per il Chianti Classico il futuro si prospetta luminoso: si chiama Sangiovese e inizia ora.
“Uno dei migliori rossi al mondo, merita un suo proprio posto fra I migliori“ – Giovanni Manetti, Fontodi, Panzano in Chianti
Nel mese di Settembre, durante la mia visita al Consorzio, il neo-eletto Presidente, proprietario di Fontodi a Panzano in Chianti, si riferiva al suo territorio come luogo di origine di “uno dei migliori rossi del mondo, che merita il suo posto fra i migliori. Trovo che vi sia una grande armonia nei vini, “ dice Manetti, “proprio come nei dipinti del Rinascimento, I vigneti ed i paesaggi sono plasmati da generazioni. L’armonia è ciò che ognuno di noi e ogni produttore di vino dovrebbe ricercare e trovare. E’ un qualcosa che si percepisce.”

Forse è una domanda ricorrente che si fa solamente nei sogni, ma la sua chiarezza è più che mai realtà. Il Chianti Classico è il centro del mondo del vino italiano? Senza la necessità di avere una risposta pronta, tale quesito è, al contempo, tanto curioso quanto serio. Quando vi soffermate a considerare tutto il rumore sollevatosi nel 2018 intorno ai vini del Chianti Classico, sia in Italia che all’estero, a prescindere da quale vino in particolare, potete forse impedirvi di prendere almeno in considerazione tale domanda?
“Siamo in una nuova era caratterizzata da un immenso potenziale” – Paolo de Marchi, Isole e Olena, Barberino Val d’Elsa.
Sicuramente, si solleva così un avvincente dibattito. L’ascesa del Gallo Nero è affascinante, non semplicemente per il mero dato del valore delle vendite del Chianti Classico che continua ad aumentare incessantemente con numeri mai visti prima. Piuttosto, da un lato si assiste all’aumento esponenziale, su tutta la linea, della qualità del Chianti Classico, dall’altro la molteplicità di sfaccettature del sangiovese è in questo luogo una realtà dinamica e ci si trova di fronte a continui dibattiti. Non si tratta tanto di questioni controverse quanto, appunto, di sani dibattiti, e di confronto dialettico sulle sotto-zone, sui confini, sui cru e sulle denominazioni di origine. Ci torneremo a breve.

Negli ultimi 31 mesi, ho viaggiato nelle terre del Gallo Nero in sei diverse occasioni e ho avuto modo di visitare almeno 70 aziende, di cui 46 davvero uniche. Ho degustato e valutato non meno di 434 vini e scritto almeno 12 articoli sulla regione. Nel mese di Febbraio 2019 parteciperò alla mia terza edizione della Chianti Classico Collection. Nonostante ciò, posso dire che sono solo all’inizio di un viaggio che durerà tutta la vita alla scoperta del mondo, profondamento complesso, del sangiovese. Nel bel mezzo di questa avventurosa odissea ho già vissuto un momento speciale. Ogni regione vitivinicola ha bisogno di ambasciatori che possano divulgarne la storia e l’importanza nel mondo e nel 2018 io sono stato umilmente prescelto come uno dei primi cinque ambasciatori del Chianti Classico. Questo per me è stato un vero e proprio onore, fra i più importanti della mia vita. Sono abbastanza sicuro di poter affermare che anche Jeffrey Porter, Michaela Morris, Massimo Castellani e Isao Miyajima abbiano provato la stessa sensazione.
La regione ed i suoi nove comuni hanno un comune denominatore nel vitigno e nel profilo del paesaggio, ma osservando le mappe, i costoni, le colline e le tenute individuali si nota che esiste una varietà dei suoli della quale difficilmente arriviamo a comprendere l’ampiezza. Ogni volta che arrivo nel Chianti Classico sono intrinsecamente consapevole che ogni viaggio aggiungerà un nuovo tassello al progetto, alla leggenda e alla storia. Anzi, sono profondamente convinto che il bello debba ancora venire. Appena due settimane fa, poggiavo i piedi sulla magnifica dorsale di galestro a Isole e Olena, a Barberino Val d’Elsa, ad ascoltare le parole di Paolo de Marchi “Siamo in una nuova era caratterizzata da un immenso potenziale.”
“La semplicità è la cosa migliore della vita. Semplicità è libertà” – Principessa Coralia Pignatelli della Leonessa, Castell’inVilla, Castelnuovo Berardenga
Tornando al numero 31, nel XXXI canto dell’Inferno della Divina Commedia di Dante, il poeta italiano scrive “come su la cerchia tonda / Monteriggioni di torri si corona”. La fascinazione del poeta per il famoso castello turrito di Monteriggioni, situato al di fuori della zona del Classico, lo spinge a creare una similitudine per descrivere un passaggio del suo viaggio ultraterreno, in cui si trova di fronte a tremendi giganti, infissi nella roccia infernale, a guardia del IX e del X cerchio, dove sono puniti i traditori. Per un attimo, questa vista spaventosa appare come alte torri, proprio come quelle dell’antico castello. Tuttavia, questo non vuole essere un riferimento alla difesa del cento per cento di sangiovese rispetto all’assemblaggio, né un’indicazione sui suoli del Chianti Classico, ma solo una libera associazione di idee, quando si discute di che cosa ci sia sotto la superficie.
In Borgogna c’è una parola che viene utilizzata per descrivere il rapporto che esiste fra il clima, la terra e l’interazione fra l’uomo e la terra coltivata. Climat, questa parola, esprime una catena altamente complessa di elementi topografici e condizioni etnologiche. Non esiste un sostantivo con lo stesso significato, nella lingua italiana, almeno non ce n’è uno capace di racchiudere questo insieme di concetti in una sola parola. Potremmo, tuttavia, prenderci la libertà d’impiegare due parole al suo posto, ovvero acclimazione e sottosuolo per esprimere lo stesso significato. Con “acclimatarsi al sottosuolo “ si intende che, col tempo, la vite si adegua al sottosuolo sottostante al suo climat. Proprio come i borgognoni parlano del Climat non come qualcosa che sta in cielo, sopra le loro teste, ma piuttosto come qualcosa che sta sotto i loro piedi, così i conoscitori del Chianti Classico possono fare con il concetto di acclimazione del sottosuolo. La scorsa settimana, a Castell’inVilla in Castelnuovo Berardenga la Principessa Coralia Pignatelli della Leonessa mi ha detto “la semplicità è la cosa migliore della vita, semplicità è libertà”. A Settembre, il Principe Duccio Corsini ha impiegato il termine genius loci, mutuato dal latino, che significa “terroir più azione dell’uomo.” Associate questo concetto con l’ “acclimazione del sottosuolo.” Si parte quindi da un insieme altamente difficile e complesso di condizioni per estrarne una formulazione semplice.
Le idee di acclimazione del sottosuolo e genius loci hanno a che fare con gli agricoltori e la loro interazione con la stratificazione del terreno del Chianti Classico. Sono presenti in misura maggiore e essenziale tre tipi principali di suolo, che spiegano come, dove e perché il sangiovese agisce e prospera sul territorio. Le rocce di alberese (pietra calcarea), galestro (marna scistosa) e macigno (arenaria) sono I tre tipi di sottosuolo più importanti, ma non sono le sole rocce significative che contribuiscono a conferirgli il suo carattere. Sassi di fiume e conchiglie fossili marine sono stati rinvenuti in diversi vigneti e contribuiscono in buona misura a arricchirne la personalità. Per quanto ci potrebbe piacere definire nettamente in termini geologici e insieme geografici che tipo di suoli siano presenti e dove, all’atto pratico questo risulta impossibile. Le trame e gli intrecci di schemi, disegni, perfino diagrammi di Eulero Venn, nel tentativo di modellizzare i tratti comuni, darebbero vita senza dubbio alla mappatura più complicata d’Italia. Non sono forse queste le fondamenta e la natura dell’insieme delle eccezioni ed eccentricità del Chianti Classico? Non esistono due suoli simili ed il sangiovese che ne risulta è sempre diverso. Si, come i fiocchi di neve.
La posizione ufficiale ci dice che geologicamente la terra è uno scudo di argilla scistosa (marna), con strati di scaglie d’argilla, alberese e fine arenaria calcarea. Il terreno marrone scuro tende a non essere profondo, con strutture che vanno dall’arenaria argillosa a quella pietrosa. Quasi tutta l’area di produzione del Chianti Classico ha un ricco suolo pietroso, specialmente di marna. Due terzi dell’intera area è coperta da boschi. La quercia è presente ovunque mentre il castagno si trova essenzialmente nella parte orientale, le conifere nelle vette più alte e le pinete nella parte meridionale delle colline di Firenze.
Il tipo di terreno varia notevolmente da una zona all’altra, rendendo impossibile una chiara suddivisione dei vari tipi di suoli che caratterizzano il Chianti. Ma può altresì essere detto che il suolo a prevalenza marnosa è ampiamente diffuso nel comprensorio di San Casciano in Val di Pesa, mentre a Greve in Chianti ad altitudini inferiori è tipicamente diffuso il classico suolo calcareo-argilloso; ampie rocce di arenaria caratterizzano la dorsale dei Monti del Chianti; l’alberese è l’elemento principale dell’area centro-meridionale, e la roccia di tufo è principalmente diffusa nell’area di Castelnuovo Berardenga. Le aree
con una marcata presenza di arenaria sono irte e scoscese, mentre le colline calcaree sono più morbide e arrotondate e le colline argillose ancora più dolci.
Nel 1716 il Gran Duca Cosimo III stabili i confini dell’area di produzione del Gallo Nero, definendolo straordinario e adatto alla produzione di vini di alta qualità, quel territorio che oggi copre nove comuni nelle province di Firenze e Siena. Nel 1932 l’aggettivo “Classico” è stato aggiunto per decreto ministeriale che distingue l’originario Chianti dal vino prodotto al fuori del territorio delimitato con il bando del 1716. Nel 2002 la percentuale di sangiovese consentita dal disciplinare è passata ad un minimo di 80 per cento, con un massimo di 20 percento di vitigni rossi autoctoni (ad esempio colorino e canaiolo) o internazionali consentiti dal disciplinare. Sin dal 2005 il marchio del Gallo Nero rappresenta tutta la denominazione Chianti Classico con una rivisitazione grafica che lo rende ancora più visibile su ogni bottiglia di Chianti Classico. Sono stati concessi due spazi sul collo della bottiglia o sulla retroetichetta. L’anno 2010 ha contraddistinto l’inizio di una differenziazione del Chianti Classico rispetto al Chianti attraverso un cambiamento della legge italiana che bandiva la produzione del vino Chianti nella zona di produzione del Chianti Classico. Nel 2013 la Gran Selezione è stata introdotta per erigersi al vertice della piramide qualitativa del Gallo Nero.

Viviamo in un mondo in cui la diversità porta prosperità, anche se clima politico globale e nazionale di molti paesi rema contro questa realtà, il successo scaturisce dalla celebrazione e dall’accoglienza delle differenze. Un territorio che riconosce le proprie specificità, molteplicità e idiosincrasie è destinato alla grandezza. Questo è il Chianti Classico, una regione dove i vini hanno 300 anni di storia documentata per raccontarsi, ma questa storia parla è anche di evoluzione e dinamismo. Aspettate e vedrete.
Nei primi anni ’80, un gruppo di produttori dissidenti reagì all’idea che non fosse consentito etichettare come Chianti Classico, un vino il cui contenuto fosse al 100 per cento sangiovese. L’ IGT Toscana per la zona del Chianti Classico fu creato per una necessità di uvaggio. Non meno di 12 produttori importanti e iconici cominciarono a etichettare I loro migliori vini come IGT. Con il recente avvento della Gran Selezione come vino più importante al vertice della piramide della denominazione potremmo assistere ad un’ulteriore svolta, 30 anni dopo? Potrebbero quei 12 produttori fare una dichiarazione congiunta per riportare il loro IGT a base di Sangiovese sotto l’etichetta della Gran Selezione o perfino fare un gesto estremo e etichettarlo semplicemente come Chianti Classico?
Dico questo come mera congettura, ma prima la Gran Selezione dovrebbe essere obbligatoriamente un Sangiovese in purezza. Questa decisione aiuterebbe a dare una migliore definizione alla categoria o le tarperebbe le ali? Potrebbe portare maggior chiarezza e aiutare ad educare il consumatore?

Viviamo in un mondo in cui la diversità porta prosperità, anche se clima politico globale e nazionale di molti paesi rema contro questa realtà, il successo scaturisce dalla celebrazione e dall’accoglienza delle differenze. Un territorio che riconosce le proprie specificità, molteplicità e idiosincrasie è destinato alla grandezza. Questo è il Chianti Classico, una regione dove i vini hanno 300 anni di storia documentata per raccontarsi, ma questa storia parla è anche di evoluzione e dinamismo. Aspettate e vedrete.
Nei primi anni ’80, un gruppo di produttori dissidenti reagì all’idea che non fosse consentito etichettare come Chianti Classico, un vino il cui contenuto fosse al 100 per cento sangiovese. L’ IGT Toscana per la zona del Chianti Classico fu creato per una necessità di uvaggio. Non meno di 12 produttori importanti e iconici cominciarono a etichettare I loro migliori vini come IGT. Con il recente avvento della Gran Selezione come vino più importante al vertice della piramide della denominazione potremmo assistere ad un’ulteriore svolta, 30 anni dopo? Potrebbero quei 12 produttori fare una dichiarazione congiunta per
riportare il loro IGT a base di Sangiovese sotto l’etichetta della Gran Selezione o perfino fare un gesto estremo e etichettarlo semplicemente come Chianti Classico?
Dico questo come mera congettura, ma prima la Gran Selezione dovrebbe essere obbligatoriamente un Sangiovese in purezza. Questa decisione aiuterebbe a dare una migliore definizione alla categoria o le tarperebbe le ali? Potrebbe portare maggior chiarezza e aiutare ad educare il consumatore?

Poi c’è l’importante discussione sui cru e sull’etichettatura. Stanno per arrivare le menzioni geografiche per identificare I comuni, I borghi e i cru di un territorio più ampio. Stiamo assistendo all’ascesa delle associazioni, sottoinsiemi di associazioni viticole che uniscono produttori di comuni e anche di frazioni all’interno dei comuni. Queste associazioni sono formate in modo tale da favorire il bene comune, sia in termini di scambio e promozione di idee affini, sia per accedere ad un potenziale di guadagno commerciale ed economico. La domanda è: chi trarrà beneficio da questi ulteriori informazioni dettagliate aggiunte nelle etichette del Chianti Classico. Produttore o consumatore? Forse entrambi?
Questi sono I dibattiti degli uomini e mentre il loro significato non dovrebbe mai essere dato per scontato, esiste un altro modo di interpretare. Sia che I vini vengano prodotti con il 100 per cento di sangiovese, o siano frutto di un assemblaggio che include altre varietà indigene o uve internazionali, esiste un’affinità che li accomuna tutti. Sono vini ottenuti da uve nate dai suoli del Chianti Classico. Molti affermerebbero fino all’ultimo fiato che alla fine il luogo dà al vino una connotazione sempre più forte rispetto all’uva. E ancora più importante e talvolta dimenticata, è la considerazione di come i vini si sposano con il cibo. Com’è possibile scindere questi due elementi, considerarne uno senza associarvi l’altro? Sedetevi a tavola col Principe Duccio Corsini e scoprirete la simbiosi toscana. “La pasta è la regina della tavola,” afferma Corsini.
Il che ci porta a numeri importanti. I principali mercati di esportazione nel 2015 per il Chianti Classico (in termini di volume) sono gli Stati Uniti (31 per cento), l’Italia (20), la Germania (12) ed il Canada (10). Nel 2016 I numeri sono stati I seguenti: Stati Uniti (32), Italia (22), Germania (13) e Canada (8). Nel 2017, Stati Uniti (33), Italia (23), Germania (12) e Canada (8). Quest’anno è quasi terminato e sembra che le statistiche ufficiali saranno a breve comunicate. Dalle prime anticipazioni del Consorzio, il dato più significativo nel 2018 sembra essere proprio la crescita del mercato canadese. Il Canada è un mercato fedele per gli acquisti ripetitivi dalle regioni vinicole che producono un vino coerente e riconoscibile, qual è quindi stata la molla che ha fatto scattare tale cambiamento e ha indotto i consumatori canadesi a bere un vino fuori dagli schemi e a cercare il sangiovese? La risposta più ovvia va ricercata nel lavoro dei produttori del Chianti Classico nel vigneto, ma il vero catalizzatore che sembra aver “risvegliato il lupo” Sangiovese nel consumatore canadese è stato lo sforzo educativo, portato avanti dal Consorzio.
Il Consorzio ha viaggiato instancabilmente in lungo e in largo per il Canada, organizzato eventi, masterclass e grandi degustazioni nelle principali città canadesi. Le competizioni per selezionare gli Ambasciatori del Chianti Classico hanno occupato la mente dei miglior sommelier di questo paese, aiutando a diffondere il grande segreto del sangiovese del Gallo Nero. Michaela Morris e Jason Yamasaki (Vancouver), Steven Robinson (Ottawa) e Kler-Yann Bouteiller (Quebec) fanno tutti parte di questa rivoluzione. Il prossimo ed essenziale passo, sarà conquistare cuore e mente dei sommelier e buyer dei ristoranti, soprattutto negli agglomerati urbani di Vancouver, Toronto e Montreal. Un simile programma riporterebbe i numeri del Chianti Classico a valori importanti (e i numeri non mentono), con percentuali sull’export totale analoghe a quelle italiane, tra il 20 e il 25%.
Individuare una strategia per aumentare le importazioni in Canada è l’obiettivo finale da raggiungere, in un paese dove I monopoli ed i sistemi di acquisto “one-tier” sono la norma, l’aumento della presenza di Wine Club potrebbe pertanto rivelarsi, senza dubbio, il prossimo passo più importante da compiere. Gargoyle in Alberta e WineAlign Exchange in Ontario sono pronti a divenire mezzi importanti per le importazioni dei vini del Chianti Classico in Canada. Infatti, il program
ma di scambio dei vini, della comunità WineAlign prevede 150 casse di Chianti Classico in Ontario nel 2019. Considerando che il Consorzio, calcola, normalmente, le percentuali delle esportazioni su un totale di 35/6 milioni di bottiglie vendute, ciò significa che, nel 2018 approssimativamente 300.000 casse (da 12 bottiglie) sono state destinate all’esportazione in Canada.
Cosa ci porterà dunque il 2019? Sarà l’inizio di una nuova era per le bottiglie di Chianti Classico che si faranno notare con menzioni geografiche riportate sulla loro etichetta? I Sangiovese, che sono stati a lungo imbottigliati come IGT torneranno all’interno della denominazione? La Gran Selezione guadagnerà ulteriore terreno e conquisterà i cuori di un numero sempre maggiore di donne e uomini? La categoria ricercherà lo status “sangiovese 100 per cento”? Una cosa è certa e cioè che l’intesa e il legame del con questo territorio diverranno sempre più forti. Quando ci ritroveremo, in questo stesso periodo nel 2019, i dati delle vendite del Chianti Classico dimostreranno che ci siamo mossi nella giusta direzione.
Pronti al via!