N.11 - luglio 2016

Una Legge Obiettivo per la gestione degli Ungulati

La Regione approva la nuova normativa per mantenere sotto controllo cinghiali e caprioli

 

Nell’autunno del 2007 il Consorzio Vino Chianti Classico inviò a tutte le Amministrazioni Comunali del Chianti, alle Provincie di Siena e Firenze e alla Regione Toscana, la prima formale istanza con la quale si chiedeva di porre rimedio con urgenza “all’abnorme sviluppo delle popolazioni di cinghiali e di altri ungulati … causa di rilevanti danni alle attività vitivinicole, all’ambiente ed alla sicurezza dei cittadini”.

 

Ovviamente quell’istanza fu del tutto ignorata dall’Amministrazione e dai politici dell’epoca, così come lo furono anche quelle inviate negli anni successivi, sempre più documentate e con contenuti allarmanti. Eppure che la situazione fosse diventata da tempo insostenibile era noto a tutti già in quel momento: in base alle nostre indagini sapevamo che il 90% delle aziende del Chianti Classico subiva costantemente danni più o meno rilevanti, che la perdita di produzione dovuta agli ungulati era di migliaia di quintali di uva all’anno, che i costi annuali sostenuti dalle imprese per affrontare il problema ammontavano a molti milioni di euro, che gli incidenti stradali causati dagli ungulati erano in fortissimo aumento e infine che la presenza di altre specie animali andava riducendosi e la riproduzione degli stessi boschi era a rischio.

 

Ed anche allora sapevamo con chiarezza che l’origine del problema stava nella modalità di gestione della risorsa faunistica: quel complesso di norme, statali e regionali, che regola l’attività venatoria delegandone la conduzione ad una pluralità di enti autonomi (ISPRA, Regioni, Provincie, ATC) dotati della deleteria possibilità di porre veti e vincoli. In sostanza, un sistema ingessato, incapace di reagire anche quando la situazione appariva oggettivamente sfuggita di mano.

 

All’epoca lo dicemmo con chiarezza e abbiamo continuato a ripeterlo per tutti gli anni a seguire: il fenomeno degli ungulati era ed è l’espressione materiale del fallimento di un’intera politica di gestione delle risorse faunistiche, e la soluzione non avrebbe potuto essere che “politica”. E non può che essere politica anche per un’altra ragione, forse meno evidente, ma probabilmente più importante: perché negli ultimi decenni questo modello gestionale ha favorito la crescita di gruppi di potere dotati di una fortissima capacità di “pressione”, misurabile in voti e consenso; una capacità utilizzabile alla bisogna per appoggiare questo o quel partito, questo o quel candidato. Un modello che ha alimentato anche un’economia sommersa i cui costi si sono totalmente riversati sulle imprese agricole, senza peraltro che queste abbiano mai avuto nessuna voce in capitolo.

 

Dopo un decennio di proteste sempre più veementi alla fine qualcosa si è mosso, ma c’è voluta la caparbietà del nuovo Assessore Regionale, Marco Remaschi, per giungere, nel febbraio di quest’anno, all’approvazione di una Legge Regionale che si ponesse l’obiettivo di riportare in tre anni la popolazione degli ungulati ad un livello fisiologico, compatibile con la salvaguardia ambientale e le produzioni agricole. Un provvedimento frutto di un lungo lavoro di mediazione con ISPRA (l’Ente governativo preposto) e il Ministero dell’Ambiente, che ha avuto l’indubbio merito di rendere stabile una “procedura di emergenza” già prevista nell’art. 37 della Legge Regionale 3 del 1994, che consente ai titolari dei fondi agricoli, seguendo particolari procedure, di praticare la caccia di selezione agli ungulati nell’ambito delle proprietà aziendali. Inoltre, la legge stabilisce il principio che l’articolo 37 si applichi a tutti i fondi agricoli “danneggiati” o “potenzialmente danneggiabili”, oltre a prevedere una ridefinizione dei confini delle “aree vocate” e “non vocate” alla presenza degli ungulati. Va dato atto all’Assessore di aver portato a termine un percorso molto complesso sia sul piano tecnico che politico, poiché per motivi opposti è stato un provvedimento fortemente osteggiato dagli ambientalisti e ancor di più dalle organizzazioni dei cacciatori, che per mesi hanno usato ogni forma di pressione affinché nulla cambiasse.

 

Nonostante le buone intenzioni siamo tuttavia ancora lontani dall’avere certezza che la nuova legge produrrà gli effetti sperati. Alle iniziali difficoltà politiche si sono infatti aggiunte quelle di carattere amministrativo, dovute al ridimensionamento delle Provincie ed al passaggio di alcune loro funzioni alle Regioni, tanto da aver prodotto un iter burocratico così lungo e farraginoso da vanificare di fatto la tempestività e l’efficacia degli interventi; un argomento sul quale la Regione ha promesso una rapida quanto auspicata correzione. Oggi l’attivazione dell’art. 37 riguarda la sola specie del cinghiale, mentre per gli altri ungulati (caprioli, daini, mufloni e cervi) i tempi saranno certamente più lunghi e la gestione ancora più complessa.

 

A prescindere dalle difficoltà applicative (che speriamo possano essere risolte a breve) il dato forse più significativo è che questa Legge rappresenta una chiara inversione di tendenza rispetto alla “non gestione” degli anni passati. Si è preso definitivamente atto che la sovrappopolazione degli ungulati non è un’invenzione degli agricoltori ma un problema ambientale, economico e sociale divenuto intollerabile, che deve essere affrontato con urgenza. Per decenni si è consentito a limitati gruppi di pressione di gestire il territorio rurale come se fosse proprietà privata, senza controlli e sulle spalle degli agricoltori. Per uscire da questa situazione non è solo necessario che la Regione riacquisisca la sua capacità di rappresentare gli interessi generali con provvedimenti incisivi, ma soprattutto che il ceto politico affermi la propria indipendenza, liberandosi definitivamente da quegli scomodi legami che per troppo tempo ne hanno condizionato le decisioni.