N.3 - novembre 2014

Alluvioni e consorzi di bonifica

Oggi la manutenzione ambientale è posta sulle spalle delle imprese agricole, malgrado le Amministrazioni si siano dotate di strutture che avrebbero dovuto prevenire il rischio idrogeologico.

Negli ultimi sei mesi due vere e proprie “bombe d’acqua” hanno sommerso vaste zone del Chianti, provocando frane, smottamenti, allagamenti nei fondo valle e danni ad abitazioni ed impianti produttivi. Purtroppo le previsioni dei climatologi non promettono nulla di buono, e per il prossimo futuro dovremo aspettarci una intensificazione dei fenomeni meteorologici che incideranno ulteriormente su un territorio già di per sé fragile. Ma oltre alla fragilità, per così dire implicita nella morfologia del Chianti, gli effetti disastrosi di questi eventi sono anche il frutto di una gestione del territorio che per decenni ha di fatto ignorato gli allarmi trascurando le sempre più frequenti avvisaglie.

Nonostante un apparato normativo gigantesco e una burocrazia per la quale non esistono più aggettivi, il risultato di queste politiche è sotto gli occhi di tutti. Si è continuato a costruire anche dove il buon senso lo sconsigliava e non esiste alcun dubbio che nella Toscana dei Medici il territorio era curato meglio e con maggiore efficienza. Oggi la manutenzione ambientale è posta esclusivamente sulle spalle delle imprese agricole, malgrado negli ultimi decenni le nostre Amministrazioni si siano dotate di strutture che avrebbero dovuto, almeno sulla carta, prevenire il rischio idrogeologico.

In Toscana sono state costituite le Autorità di Bacino (Arno, Ombrone, Costa) con compiti di programmazione generale, e da decenni operano – si fa per dire – gli immarcescibili Consorzi di Bonifica, istituiti in base ad un Regio Decreto del 1933 e finanziati pariteticamente da trasferimenti pubblici e contributi obbligatori dei privati, ovvero famiglie e imprese. Sull’efficienza e l’efficacia dei lavori effettuati dai Consorzi di Bonifica non è necessario spendere nemmeno due parole, visti i risultati delle ultime piogge; il vero scandalo è semmai costituito dalla loro stessa esistenza, dal fatto che siano diventati – almeno in Toscana – posteggi clientelari ad uso di personale politico di varia estrazione. Va ricordato che l’85% del bilancio è destinato a mantenere la struttura (Relazione Unione Consumatori presentata al Senato). Negli anni passati le loro richieste di “contributo” erano comprese tra poche decine ed alcune centinaia di euro, a secondo che si trattasse di famiglie o aziende, ma di recente queste richieste sono aumentate no a toccare svariate migliaia di euro, un costo diventato insostenibile e ingiusti cabile. Sembra che i contributi vengano calcolati utilizzando le rendite catastali, come l’IMU, per capirci. Una tassa patrimoniale applicata da chi non ha titolo per farlo.

Il R.D. del 1933 stabiliva il principio che i contributi fossero dovuti solo a fronte di un “beneficio diretto” ottenuto attraverso i lavori del Consorzio, ma la successiva giurisprudenza ha modificato questa impostazione, ampliando il concetto di “beneficio diretto” no a comprendere tutti coloro che in un modo o nell’altro ne potrebbero, anche solo teoricamente, beneficiare. In sostanza la giurisprudenza ha diluito all’estremo il principio del beneficio diretto, ed è questa la ragione per cui molti ricorsi avanzati dai contribuenti sono stati respinti.

Non abbiamo timore di dire che si tratta di una spoliazione legalizzata in favore di strutture che hanno perso le loro funzioni originarie e si sono trasformate nelle ennesime organizzazioni che vivono solo in base al supporto della politica. Come già accennato, in una recente relazione al Senato dell’Unione dei Consumatori si sostiene che l’85% di tutti i contributi versati dai privati ai Consorzi di Bonifica toscani venga destinato al mantenimento delle strutture, e solo il 15% ad attività concrete. Se ciò è vero – e non abbiamo motivo per dubitarne – non esiste alcun motivo per cui queste funzioni non possano essere svolte dalle Amministrazioni Pubbliche, considerato che le risorse impiegate provengono quasi completamente dalla fiscalità generale. A questo va aggiunta la finzione della partecipazione degli utenti alla determinazione degli organi sociali, con la quale i Consorzi di Bonifica assolvono agli obblighi di rappresentanza richiesti dalla legge. Secondo una ricerca della Regione Toscana, nell’ultima tornata elettiva degli organi direttivi (periodo 2002-2007) hanno espresso il proprio voto una media del 2,5% degli aventi diritto, ma vi sono stati casi in cui la partecipazione ha rasentato lo zero, senza contare il problema dei costi stratosferici di queste cosiddette elezioni. Come ha affermato l’Unione dei Consumatori, siamo alla farsa: per riscuotere contributi che si attestavano mediamente sui 25 euro all’anno, i Consorzi di Bonifica spendevano per eleggere i propri organi tra 35 e 335 euro per ogni voto espresso! Una follia pura e semplice.

La misura è superata ed è oramai necessario porvi rimedio. Il Consorzio Vino Chianti Classico per tutelare gli interessi del territorio e delle imprese associate metterà in campo una serie di iniziative anche legali. Ci aspettiamo comportamenti coerenti dalle Associazioni agricole. Ancor più importante sarà comunque il contributo che ognuno di noi saprà fornire per sensibilizzare la stampa e l’opinione pubblica. Non possiamo continuare a pagare Enti che non hanno ragione di esistere. Non più.